PECHINO – Una Lhasa dove non si vede un monaco, con le strade deserte e molti negozi chiusi: è questa la descrizione della capitale del Tibet fatta da Antonio Bartoli, il diplomatico italiano che, con quelli di altri 14 Paesi, è stato invitato dal ministero degli Esteri cinesi a visitare la città nella quale, in due settimane di rivolta, sono morte 19 persone secondo la versione cinese e un centinaio secondo fonti tibetane (il totale di “circa 140″ vittime fornito dal governo tibetano in esilio si riferisce infatti a tutte le zone a popolazione tibetana nelle quali si sono verificati dei disordini). Le autorità cinesi non hanno accettato la richiesta dei diplomatici di incontrare i monaci che giovedì scorso hanno avvicinato i giornalisti portati in visita al tempio di Jokhang denunciando le “menzogné ‘del governo e reclamando la ”libertà”. Alle richieste di informazione sulla situazione nei principali monasteri della capitale – in particolare quelli di Sera, Drepung e Ganden, dai quali il 10 marzo sono partite le prime manifestazioni – è stato risposto che “presto” saranno riaperti.








